La cooperativa sociale Giovanni Paolo II (JP2) viene costituita nel 2005 da un gruppo di persone appartenenti alla parrocchia san Paolo apostolo in Crotone.

Nel 2014 la cooperativa ottiene in comodato d’uso dall’ente nazionale CoopFond uno stabile, originariamente appartenente alla cooperativa Benincasa e destinato ad attività commerciali, ma ormai da anni in disuso, sito in via D. Cimarosa a Crotone. In collaborazione con la parrocchia, la JP2 riesce a dare nuova vita a questi locali perché possano servire alla realizzazione del progetto Vestiamo differente.

Un gruppo di giovani soci è l’anima del progetto. Francesco, Davide, Bruno, Claudio, Giuseppe, Francesco e Raffaele sono cresciuti in un contesto di comunità cristiana e provengono dall’esperienza dello scautismo e dell’Azione Cattolica. Sono legati da una profonda amicizia, ma soprattutto condividono l’ideale di una vita messa a servizio del prossimo, con una particolare attenzione a chi si trova in difficoltà. Hanno scelto di restare a vivere nella propria città di origine; hanno avuto la possibilità di trovare lavoro e progettare il proprio futuro nella propria terra, ma non vogliono assistere inerti alle situazioni di degrado sociale e mancato sviluppo del territorio in cui abitano, che porta molti loro coetanei a dover lasciare la città, depauperandola ulteriormente delle proprie migliori energie. A ciò si aggiunge una spiccata attenzione alle tematiche ecologiche, alla cura del territorio e alla ricerca di stili di vita ed economie solidali. Questo nucleo di ideali è tenuto insieme da una semplice certezza:

«oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (papa Francesco, Laudato si’, n. 49).

Il contesto territoriale in cui opera la JP2

La sede legale e operativa della JP2 è in via Cimarosa, nel quartiere della città di Crotone denominato Tufolo. Si tratta di una zona densamente abitata, che ha visto una forte espansione demografica e edilizia fin dai primi anni ’80. Un simile livello di espansione continua tuttora a caratterizzare il vicino quartiere di Farina. La popolazione complessiva della zona Tufolo-Farina si aggira attorno alle ventimila persone. La maggior parte delle famiglie appartiene al cosiddetto ceto medio, ma esistono sacche consistenti di forte disagio sociale ed economico. Non mancano situazioni di nuove povertà causate dalla crisi economico-finanziaria a cui assistiamo da anni e che va ad incedere con particolare forza in un territorio già depresso come il nostro. Intere famiglie che, fino a pochi anni fa, riuscivano a condurre un tenore di vita soddisfacente, ora si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della perdita del lavoro o del mancato inserimento lavorativo dei propri membri più giovani.

Il fenomeno migratorio, infine, ha ulteriormente trasformato il profilo complessivo del territorio. Gli ospiti del CARA di Sant’Anna, che dista appena dieci chilometri dalla sede della JP2, vedono nel quartiere la porta ideale della città che frequentano quotidianamente. I molti immigrati che rimangono a vario titolo sul nostro territorio versano spesso in condizioni di estremo bisogno, e trovano a stento la possibilità di inserirsi in una trama positiva di relazioni che contribuisca, per quanto possibile, a superare la fase della prima accoglienza.

Il progetto Vestiamo differente

Il cardine delle attività della JP2 consiste nella raccolta e nel recupero degli indumenti e accessori usati. Una prima campagna di raccolta venne messa in atto nel dicembre del 2014, con lo scopo immediato di selezionare abiti da poter redistribuire a chi ne manifestava il bisogno. Da allora, ogni mercoledì un gran numero di persone viene accolto nei locali della JP2 e riceve un concreto sostegno attraverso la consegna di capi d’abbigliamento e accessori.

Perché gli abiti?

Questa attenzione alle pratiche di recupero ha permesso di rendersi conto sul campo che una semplice azione scaturita da un discernimento da parte dei membri della collettività può innescare un circolo virtuoso, che produce un piccolo ma significativo cambiamento nel proprio contesto. L’indumento è un bene posseduto da tutti, che ha una durata limitata nel tempo ma che dipende anche dall’uso che se ne fa. Quando, secondo il giudizio del suo proprietario, sembra essersi concluso il suo utilizzo, l’indumento finisce nel cassonetto dei rifiuti. I nostri vestiti, dunque, insieme a molti altri generi di rifiuti, va a contribuire a quella mole gigantesca di scarti che devono essere smaltiti, con le difficoltà, i costi e le ricadute sociali e ambientali che tutti conosciamo e sperimentiamo.

Un indumento, in realtà, può avere un ciclo di vita che va oltre l’utilizzo che ne fa il singolo proprietario. Dare nuova vita agli abiti e accessori che per tanti motivi non possiamo o non vogliamo più conservare nei nostri armadi, permette di raggiungere molti obiettivi:

  • Diminuisce sensibilmente il carico di rifiuti indifferenziati che bisogna trattare, con evidenti risvolti in termini di costi del servizio per i cittadini.
  • Contribuisce a custodire l’igiene e il decoro degli spazi urbani.
  • Significa concreta attenzione verso le fasce più deboli della popolazione, che possono giovare di un gesto di solidarietà per un bene essenziale come il vestito. Non ci riferiamo soltanto a generiche situazioni di disagio economico. Non è raro, infatti, vedere piccoli gruppi di persone che setacciano i cassonetti alla ricerca di qualcosa che da noi è giudicato un rifiuto, ma che per loro rappresenta ancora un bene sfruttabile.
  • Trasformare uno scarto in una nuova materia prima, che molti soggetti sono capaci di reimpiegare con creatività. In tal modo si contribuisce a quelle nuove forme di artigianato e di commercio ad alto tenore etico che tentano di inserire nel mondo lavorativo soggetti deboli.
  • È una pratica che ha un potenziale valore pedagogico. Le nuove generazione possono essere stimolate ad uno stile di vita maggiormente critico, ad evitare lo spreco e l’accumulo immotivato e a prendere coscienza dell’importanza del rispetto dell’ambiente e della solidarietà sociale.